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pls

(via istropical)

"We run away, but we don’t know why"

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Sigur Ròs -  Rembihnútur 


Era parecchio tempo che non postavo qualcosa qui, sul mio Tumblr. Bene, credo non vi sia occasione migliore dell’uscita (o meglio, del leak) del nuovo dei Sigur Ròs, Valtari. Dopo quattro lunghi anni dalla pubblicazione di með suð í eyrum við spilum endalaust (2008) e a pochi mesi dall’uscita di Inni, live album contenente una traccia inedita, Lùppulagid (Oltretutto presente anche in Valtari, intitolata però Vardeldur), la band islandese ha dato vita ad un nuovissimo (capo)lavoro.
Valtari è un album diverso dai precedenti, bisogna dirlo da subito, e questo lo si nota sin dal primissimo ascolto. Come già avevano preannunciato Jònsi&Co, si tratta di un album minimalistico ed introverso; ed in effetti è proprio così. 
Si parte dalla prima traccia, 
Ég anda, inizialmente molto cupa e con un ché di mistico, ma che in seguito si riprende in pieno stile Sigur Ròs, per poi lasciar spazio ad Ekki Mùkk. Che traccia, c’è poco da fare. Un inizio morbido e soave, che verso metà brano prende quota, mantenendo ritmi sereni e spensierati per 7 minuti e 40 d’ascolto. Il top; e non mi stupisce che i Sigur Ròs l’abbiano scelta come prima traccia da pubblicare prima dell’uscita dell’album. Le prime quattro, ad ogni modo, mantengono livelli di ascoltabilità parecchio alti, e Varúð, sebbene l’inizio non mi sia piaciuto un granché, mostra una seconda parte da brividi, forse proprio per l’uso della batteria (quasi del tutto assente nei due brani precedenti). Si arriva dunque a Rembihnútur, che per me, inizio a dirlo, è LA traccia dell’album. Praticamente perfetta. Melodie quasi edificanti, violini, il pianoforte di Kjartan, la batteria di Orri, la splendida e sognatrice voce di Jònsi: Tutto ciò rende Rembihnútur un pezzo di classe, di alto livello che è già entrato tra i miei preferiti di tutti i tempi. Andando avanti, l’album procede con  Dauðalogn e Varðeldur, entrambe sulla scia delle tracce precedenti; piatte ma assolutamente non banali, anzi. Varðeldur, ovvero Lùppulagid, riprende un po’ l’Untitled#3 presente in (), ed è per questo che a mio parere l’album risulta quasi il risultato della fusione di tutti gli album precedenti, ad esclusione di Von, che ha una sonorità parecchio diversa. Qualcuno, come me, si aspettava qualche pezzo di Takk… come Glòsoli o Milanò, oppure di með suð í eyrum við spilum endalaust come Festival; pur non essendoci brani di questo tipo, con un’improvvisa esplosione di suoni e sinfonie parecchio più comuni, Valtari è riuscito comunque ad emozionare. E non poco. Mi viene quasi difficile descrivere Valtari, la traccia che dà il nome all’album; bisogna ascoltarla, bisogna capirla e riuscire ad amrala, perché è proprio questo il risultato che merita, essere amata. Diverso è invece il discorso per quanto riguarda Fjögur píanó, traccia di chiusura dell’album. Sicuramente, per me, è il secondo pezzo più bello dell’album. Kjartan qui fa un gran lavoro. Il pianoforte è lo specchio dell’anima. Un senso di pace interiore che è raro riuscire a provare. Oltre il post-rock, oltre i generi musicali, oltre la musica stessa, ci sono solo emozioni, emozioni e ancora emozioni. Se devo essere onesto, non me lo sarei aspettato. Eppure questi quattro ragazzi riescono sempre a stupirmi e a scaldarmi il cuore. 
Grazie ragazzi. 

Breaking news

Valtari meets and exceeds expectations of being a minimal album, actual song substance is nowhere to be found on all ~70 minutes of the album except for a single 15 second long tjú on the middle track

leader singer Jónsi responds to outrage of fans with “we said it was going to be very minimal! we told you, dawg!”

Europe commits mass firebombing on Iceland, America declares Icelanders as terrorists

(via birgissons)

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